Tanto Di Cappello
Commento critico a Giuseppe Veneziano (di Luca Beatrice)
Joseph Beuys portava sempre il cappello di feltro a tesa larga. Gli serviva non solo per coprire la calvizie ma per riparare il capo divenuto assai fragile dopo l’incidente aereo del 1943. Pilota di bombardieri in picchiata, precipitò in Crimea durante un’azione di guerra. Certamente sarebbe morto se non lo avesse trovato, sepolto nella neve, una tribù di tartari che lo salvò proteggendolo col grasso e avvolgendolo in coperte di feltro. Forse per un rito scaramantico, o più probabilmente perché col tempo aveva assunto un significato simbolico, Beuys quel cappello non lo tolse più. Finì per identificare, pars pro toto, l’artista sciamano, capace di trasformare in opera qualsiasi cosa toccasse, di infondere vita a oggetti inerti, di dialogare con la natura e catturarne il mistero. Fin dalle prime performance e happening, in cui era evidente l’approccio rituale, Beuys si presentava vestito sempre allo stesso modo: cappello, scarponi pesanti, gilet sopra la camicia, vecchi pantaloni.
Anche Giuseppe Veneziano non lascia mai il suo cappello, incurante della buona creanza che vorrebbe fatto divieto ai maschi di mantenere la testa coperta nei luoghi chiusi. Unico vezzo che il Veneziano si concede, sola eccezione “artistica” di persona educata e rispettosa, nel solco della ben nota tradizione siciliana. Alcuni anni fa frequentava le mie lezioni all’Accademia di Brera. Si sedeva verso il fondo, indistinguibile dagli altri, non discostando di molto il suo abbigliamento da quello di un qualsiasi studente (jeans, felpa, Allstar…) non fosse altro per il cappellino verde militare, sempre il solito, sempre calato sui grandi occhiali quadrati. Poco più avanti, ho saputo che quel ragazzo –più grande dei suoi compagni di corso- nutriva ragionevoli ambizioni artistiche. Forse seguiva le mie lezioni (non credo abbia mai sostenuto l’esame) perché venivo considerato tra i pochi interessati alla pittura figurativa, di stampo pop, non immune dal cattivo gusto, senza troppe preoccupazioni se ci potesse stare, o meno, dentro il contenitore delle avanguardie presunte.
Qualche tempo dopo l’attentato al WTC dell’11 settembre Veneziano presentò nel cortile dell’Accademia un grande ritratto di Osama Bin Laden, il sanguinario assassino responsabile del massacro a New York, il peggior delitto contro l’umanità e contro la città che amo di più al mondo. La scelta di Veneziano dunque mi irritò molto: la ritenni un bislacco tentativo di far parlare di sé uniformandosi al ruolo scandalistico dei massmedia, agli effettacci da tg nazionalpopolare, tutte cose che con l’arte non dovrebbero avere a che fare. Ancor peggio, dal mio punto di vista, Veneziano fece nella mostra personale, installata a inizio 2006, presso la galleria di Luciano Inga-Pin a Milano. La testa decapitata di Oriana Fallaci, la grande scrittrice e giornalista che chi, ragionevolmente, la pensa come me, ritiene baluardo di strenua difesa dei valori occidentali, della nostra cultura, della civiltà contro la barbarie. All’epoca ancora tenevo una rubrica di posta su “Flash Art” e, sollecitato da un lettore in merito alla provocazione di Veneziano, ne stigmatizzai il comportamento altrettanto duramente. Insomma, il mio rapporto con l’artista siciliano, ormai naturalizzato milanese, non nasceva nel migliore dei modi. Molto critico nei suoi confronti, allo stesso tempo mi incuriosiva stimolandomi reazioni controverse, fatto in sé piuttosto raro e quindi da tenere in debita considerazione.
Quando Beuys scomparve nel 1986, Veneziano non immaginava che un giorno sarebbe diventato anche lui un artista. Viveva a Riesi, provincia di Caltanissetta, chilometri luce lontano dall’impero. In quanto a Beuys ancora non riesce a pronunciarlo correttamente, quasi fosse troppo semplice per un nome così importante risolverlo semplicemente in “bois”. E’ del grande tedesco La rivoluzione siamo noi: ovvero, solo nel nostro comportamento e nella comprensione c’è evoluzione. Un artista che si esprime per slogan e ritualità, così sicuro di sé, così al centro, oggi forse non potrebbe più esistere. Nel 2000, infatti, Maurizio Cattelan produce la “sua” versione della celebre opera di Beuys: un autoritratto appeso sulla gruccia, vestito di peltro, evidente parodia del ruolo dell’artista nell’era contemporanea, poi acquistato dal Guggenheim Museum a palate di dollaroni. Se Beuys sosteneva che ogni uomo, in fondo, era un artista, Cattelan insinua il dubbio che artista non lo fosse neppure lui. Beuys era uno sciamano, Cattelan un “trickster”, un buffone. In mezzo è passato il destino dell’arte.
Tenetelo in mente questo episodio. Perché qui comincia il vizio di appendere, impiccare, quasi fosse una mania suicida, evocativa del cadavere di Roberto Calvi penzolante a Londra dal Blackfiar Bridge, simbolo degli insolvibili misteri d’Italia, e anche di una delle ultime, drammatiche, opere dell’enigmatico Gino De Dominicis. E’ molto raro che un artista contemporaneo finisca in prima pagina di un quotidiano. Perché ciò accada deve esserci lo “scoop”, qualcosa che dia scandalo, che scateni pareri opposti, proprio come un controverso fatto di cronaca. Può mica bastare un bel paesaggio, un ritratto, una natura morta! Specializzato in questo tipo di comunicazione, Maurizio Cattelan realizzò uno dei suoi interventi più famosi e controversi nel 2004 a Milano, impiccando tre bambinetti al secolare albero di piazza XXIV maggio. Tra i molti visitatori accorsi c’era il nostro Giuseppe Veneziano, cui venne presto l’idea di “impiccare” i suoi quadri dedicati ad altrettanti personaggi, tra cui lo stesso Cattelan e l’amico scrittore Andrea Pinketts, che bazzicava da quelle parti da quando avevano spostato la sede del mitico Le Trottoir dal vecchio locale di corso Garibaldi. Dell’operazione (cialtronesca? furbastra? genialoide?) sull’ondata dell’happening cattellaniano –made Fondazione Trussardi- se ne accorsero in molti, e Veneziano finì anche lui sui giornali e, soprattutto, ottenne la copertina di “Flash Art” (mi immagino Giancarlo Politi a sostenere la sua scelta contro tutta la redazione), che gli artisti italiani, se non sono il Maurizio, la Vanessa o il Francesco, non li caga neanche di striscio.
A questo punto comincia a venirmi il dubbio che Giuseppe Veneziano fino ad allora non l’avessi capito tanto bene. O forse lo avevo preso dal lato sbagliato. Pensandoci bene, non è colpa sua se l’arte oggi considera Cattelan un eroe e Beuys un cimelio storico, se la cronaca la spunta sempre sulla politica, se le terze pagine dei giornali raccontano di Paris Hilton, se la storia del ‘900 è diventata una macchietta post-ideologica con i dittatori nel ruolo di capocomici. Il mondo fa schifo: che può farci un povero pittore se non registrarne le assurdità, le anomalie, le storture e premere il dito nella piaga? Cosa c’entra lui se il grado di scolarizzazione è penoso, se il lessico è ridotto ai minimi termini, se per farsi capire dagli altri bisogna usare un linguaggio banale, scialbo, frontale?
Eppure di una conseguenza dobbiamo essere grati a quest’ultima tranche temporale: anche l’arte è entrata nel processo di democratizzazione della cultura. Un tempo l’empireo era riservato solo ai pochi fortunati in possesso di un pedigrée inattaccabile. Al pittore autodidatta del Sud Italia restavano scarse speranze. Uno come Veneziano dimostra la possibilità del riscatto del basso, della provincia, dell’abusivismo edilizio. All’epoca di Beuys nessuno avrebbe considerato degno di nota il buon Giuseppe e i suoi colori zuccherosi, la flatness, il non-stile da copista. Bisogna essere grati a Cattelan se uno come Veneziano è diventato un uomo di successo. L’arte di Veneziano, oltre la mera apparenza, è politica. E’ Beuys riveduto e corretto nell’epoca della stupidità brevettata. E’ l’assalto alla diligenza degli outsider che forse non sono ancora pronti ad abbattere il sistema, ma tirare qualche calcio nel culo, quello sì: è maturo.
Rivedo il mio giudizio. Onore a Don Giuseppe. Tanto di cappello all’arte di Veneziano. Anzi, giù il cappello davanti a Veneziano.
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