Benvenuti a Gotham City
Commento critico a Fabio Giampietro (di Maurizio Sciaccaluga)
Lucifero: “Figliolo ho a disposizione un Luna Park pieno di atroci divertimenti” dal film Costantine, di Francis Lawrence
Joker: “Gotham City, ha portato il sorriso sul mio volto!” Dal film Batman, di Tim Burton
“Mentre calavano le prime ombre su New York City…” potrebbe essere l’incipit di una storia tratta dai sinistri paesaggi metropolitani di Fabio Giampietro, una realtà rarefatta e fantastica in cui si ha sempre la strana sensazione che qualcosa di losco debba per forza accadere. La terra appare lontana, una fuga prospettica vertiginosa trascina lo sguardo verso il basso, laggiù in fondo dove, tra i grattacieli, si intravedono, lontani, ora una piazza, ora una via, ora uno slargo, insomma quello spazio rosicato alla metropoli che costituisce il centro dell’opera, da cui i contorni dell’immagine spingono prepotentemente verso il limite esterno del dipinto.
L’azione, se esiste, si sta svolgendo sui tetti, il rischio di precipitare è elevatissimo, la tensione alle stelle. Il risultato, da un punto di vista compositivo, è abbastanza claustrofobico: l’architettura incombe, sovrasta, non lascia spazio a inutili divagazioni dello sguardo. A volte il paesaggio urbano è immediatamente riconoscibile, grazie ad un particolare come il Big Ben o il Colosseo, che conferiscono un volto alla città, anche se poi in fondo queste megalopoli – come quelle reali – si assomigliano un po’ tutte, si sviluppano tutte sulla tela ammassandosi attorno al punto centrale della composizione, in cui gli edifici si accavallano, affollati e pesanti.
Sembrerebbe quasi che, nell’immaginario post-atomico di Giampietro, Roma e Milano non appaiano molto diverse da Londra, Chicago o Gotham City.
Proprio l’ultima delle tre – la trasposizione fantastica di New York, scenario delle avventure di Barman e Robin, fumosa, dark, la città più oscura di tutta l’America, dove il crimine si annida dietro a ogni angolo – è quella che più si avvicina alle descrizioni fantastiche dell’artista. Roma-Gotham, nella versione gotica in bianco e nero tratta dal fumetto della DC Comics, non ancora contaminata dalla trasposizione cinematografica dai toni pulp e dai colori pop, diventa per l’artista una paradossale Dreamland, una Wonderland creata – vedremo – solo per essere fatta a pezzi e per crollare sotto gli attacchi di un quesito pressante. Come strisce di un cartoon, le immagini potrebbero essere disposte in sequenza, una dopo l’altra, e raccontare la storia di un mondo fantastico dominato dall’inquietudine, una realtà metropolitana spopolata e pericolosa, in cui il dubbio si insinua e in cui una domanda aleggia minacciosa: Wonder Why. E’ un mondo, questo, che richiama alla mente gli scenari catastrofici da fumetto dark, le lotte dei supereroi, lo scontro eterno tra il bene e il male, un mondo in cui tutto viene distrutto per essere ricostruito e in cui, alla fine, i buoni (forse) trionfano sempre. Anche nella costruzione dell’immagine c’è una sorta di Horror vacui di stampo fumettistico:
gli edifici occupano tutto lo spazio a disposizione, quasi debordano dalla tela e cercano di farsi avanti al di là di essa.
Un tratto frenetico, impetuoso, descrive con pochi cenni le forme. La line è padrona, l’inquadratura isola un particolare, una parte di città su cui si sofferma lo sguardo. Nelle metropoli di Giampietro non esiste il cielo, o comunque non ci è dato di vederlo: lo sguardo è sempre rivolto in basso, alla nuda terra, dove viene combattuta la battaglia dell’uomo. Guardare i suoi quadri è un po’ come stare in cima a un grattacielo e sentire che la terra ci attrae. Prende quel senso di vertigine che attira verso il basso e a volte è tanto forte da trascinare nel baratro. Una forza centrifuga domina la composizione, spingendo gli edifici verso l’esterno, alternandone le proporzioni e facendo sì che la struttura prospettica e le linee di fuga diventino via via sempre meno figurative, quasi geomorfiche, e la struttura della città rassomigli a quella di un quarzo. Il paesaggio muta a volte in modo quasi impercettibile, il cambiamento viene indotto da un elemento impalpabile come la neve, che ovatta, ammorbidisce le superfici e schiarisce, virando il tono verso il bianco. Ma in pochi minuti la Dreamland è on fire, la città viene investita da un enorme dirigibile foriero di morte e distruzione. L’uomo compare- quasi un insetto di kafkiana memoria, minuscolo e miserabile- solo per essere messo in fuga, schiacciato da questo mostro gigante e da un cielo, ora di nuovo presente, immenso e minaccioso.
La wonderland di Giampietro è una metropoli non meglio identificata, che tutto potrebbe sembrare tranne che un paese delle meraviglie: grigia, fredda, inquietante, come gran parte degli scenari urbani, anche se descritta, come abbiamo visto, con uno stile fantastico e reinterpretata in chiave apocalittica. Un mondo in caduta libera. Dai palazzi cresciuti a dismisura ci si aspetta di veder scendere l’Uomo Ragno, appeso a una delle sue ragnatele infallibili, o di veder sventolare il mantello di qualche super eroe, magari Superman, Barman o Wonder Woman. Unica concessione allo svago è l’onnipresente ruota panoramica, su cui campeggiano minacciose e incombenti le parole Wonder Why - mi chiedo perchè oppure chiediti perchè - di un quesito pesante, incombente.
Una domanda? Forse, anche se l’assenza di punteggiatura e di soggetto complica la situazione: non si sa se è l’autore a interrogarsi o se la frase rappresenti un invito, un monito allo spettatore. In fondo, c’è sempre un luna park nei film dell’orrore, e non a caso è in un parco divertimenti che si consuma uno dei più efferati delitti del Joker, il nemico numero uno di Batman.
A volte la gigantesca ruota dei baracconi fa capolino soltanto in lontananza, confinata sull’ultimo piano dello sfondo, quasi invisibile, ma comunque è presente, e i suoi resti ci costringono a domandarci cosa possa averla distrutta. Simbolo dello svago, sarebbe l’unica concessione a un aspetto ludico e spensierato in una realtà prmai agonizzante, ma anch’essa si tinge sempre di grigio, pare immobile come se abbandonata da sempre, invita a guardare dall’alto le storie di una città che sarebbe meglio non conoscere affatto. Tanto da conoscere e condividere con l’artista, Barman, Gotham City e le metropoli di tutto il mondo c’è sempre e comunque il senso inquietante della vertigine.
Torna alla pagina di Fabio Giampietro