Andrea Francolino

Andrea Francolino

Commento critico a Andrea Francolino (di Stefano Bianchi)

Lo vedi, mentre scartavetra i miti. E ti sembra trattenere il respiro nell’attesa che un altro mito si smitizzi sotto le sue dita. Anziché dipingere olio su tela, Andrea Francolino sottrae. Minuziosamente. Per abrasioni. Cartavetrata, catrame, sudore, adrenalina e via, a sottrarre mito dai miti griffandogli addosso marchi pubblicitari, slogan, doppisensi, giochi di parole. Da mito a (s)mito: perché non se ne può più di sepolcri imbiancati, idealizzazioni, musealizzazioni. Fra uno scontrino di cassa e un carrello della spesa, ecco che il mito si toglie di dosso la polvere della Storia per filare dritto nel contemporaneo da supermarket. Esorcizzando, in un frenetico e folle Carosello, la sua stessa morte. Facendosi testimonial pubblicitario di una nuova nascita.
Con gusto schiettamente post-Pop, Francolino ha cominciato a smitizzare in punta di dita, fra un pallonaro DalÍ Kakà e un James Dean che calzava Nike. Poi, la sua abrasiva ironia si è fatta più caustica, energica, coraggiosa. E dietro all’immagine seppiata d’ogni mito, è esploso il marchio pubblicitario di un’appartenenza che è sì logica, ma sempre sul filo del paradosso. Logo colorato. Gigante. Un po’ décollage. Cosicchè, ogni mito popular s’è trasformato in mito dell’advertising che fa rima con se stesso. Inevitabile, quindi, che Andrea abbia tirato in ballo Mao Tze Tung, icona della Pop Art, camuffandolo in Miao e ridicolizzandolo in Mickey Mao, fra cibi gatteschi e fumetti disneyani. E abbia reso ancora più kitsch (fra un Lidl Castro ingordo di consumismo capitalista, uno Stalin & Oil che sembra annichilire lo slogan “a da venì, Baffone” e un mussoliniano Dove c’è Balilla c’è casa, dittatore al sugo) quell’iconografia del totalitarismo che marciava petto in fuori a colpi di Propaganda.
Sarcasmo. Gocce d’arsenico sapientemente dosate. Luis Bassat, stratega pubblicitario, ha detto che “un chilo di pubblicità può contenere 999 grammi di razionalità, ma brillerà e si distinguerà per il suo grammo di follia". E nei quadri di Andrea Francolino, di follia ce n’è a chili: scherzosa e un po’ perversa. Ma siccome il mito non ammette sconti né buoni-sconto, tanto vale (tra)vestirlo da rapper, casalinga disperata, uomo qualunque. Facce famose infilzate su corpi sconosciuti. E poi denudarne tic, difetti, manìe, fobìe: Michael Jackson che “più bianco non si può”, insegna. E Liz Taylor, sua inseparabile amica di lifting e di sventure? Bella, bellissima. Nel fior fiore degli anni hollywoodiani. Ma osservatela meglio: sgranocchiando un cracker Ritz, si fa sorprendere in felpa infeltrita e annoiate pantofole. Woody Allen, invece, viene santificato in Aulin per marchiare la propria ipocondrìa che è un po’ anche la nostra. E se lo guardiamo, mentre sovrappensiero si versa il farmaco in un bicchiere, ci viene in mente una delle sue frasi più celebri: “La psicanalisi è un mito tenuto vivo dall’industria dei divani”.
La Mitologia Classica, scartavetrata, si traduce/tradisce in (S)mitologia Contemporanea. Ma il mito, dopo essersi identificato a pelle col prodotto fino a farsi merce, deve concludere in modo logico la sua “filiera” consumistica. Rimpicciolito, rattrappito, ricompare sul packaging. Dalla tela alla confezione: mito scartavetrato e “cristallizzato” nella resina, a imperitura memoria. Come Moana Pozzi, venerata Marilyn del porno tricolore, accostata senza troppi giri di parole alle Farfalline. Qui, l’azione Pop si fa ancora più evidente. Impossibile non pensare a Andy Warhol. Ma se per il mito di Pittsburgh una bottiglia di Coca-Cola è una bottiglia di Coca-Cola punto e basta, la Campbell’s Soup un barattolo da riprodurre tale e quale sulla tela e la confezione di pagliette Brillo un capolavoro grafico da ingigantire e “serializzare” in scatole di legno, gli “impacchettamenti” di Francolino fanno derapare il consumismo nel consumato e il testimonial nel bruciato, corroso, annerito, pressochè distrutto. A un passo dall’immondizia. Sublimazione corrotta del ready-made caro a Marcel Duchamp. Cosicchè, file di Friskies “svendono” Miao Tse Tung in offerta speciale; e Mickey Mao, stavolta, è il “mostro” da sbattere sulla prima pagina di un Topolino in versione “vintage” fra Qui Quo Qua, Pippo e Paperino. Il mito ridotto a caricatura. Sintonizzato su quella Sindrome Ossessiva da Brand (conseguenza dell’uso sempre più spregiudicato dei marchi commerciali) che l’esperto di economia Lucas Conley ha di recente individuato come ultima malattia del capitalismo avanzato.
C’è tenerezza e sarcasmo, sorriso e sberleffo in quel desiderio vorace di regalare a ogni mito il packaging che si merita. Io Pago, da frase “cult” di Totò, si trasforma ad esempio in un persuasivo slogan pubblicitario. D’altronde, chi non comprerebbe un succo di frutta da un testimone così? E il mito (ma solo in questo caso) assume i connotati dell’intoccabilità assoluta. Ma poi daccapo, velenosamente, viene rimesso in gioco: quando la scatola di detersivo dell’Omino bianco esibisce l’immagine di Martin Luther King sottintendendo lo slogan Bianco bianco, colore colore, e quando Hitler e Himmler, vestiti da graffitari, hanno tutta l’aria di spruzzare con le loro bombolette “tags” sui muri. Ma quell’insetticida spremuto fino all’ultima esalazione descrive l’orrore del regime nazista, accostando con tragica ironia Raid e Terzo Reich per poi clonarli nello slogan Il Terzo Raid: li ammazza stecchiti.
Andrea Francolino, graffiante fustigatore di miti, riserva le stoccate finali a Jackson Pollock e a Francis Bacon. Se l’action painter del Wyoming, immortalato su fustino e fustone Dixan, viene “retrocesso” a Campione contro le macchie sottraendogli di fatto il “copyright” del dripping, allo psycho-pittore dublinese tocca accollarsi McBacon, cognome da “fast food” con chiara allusione al colesterolico hamburger Crispy McBacon. E qui, l’artista compie il miracolo: triplicando il packaging in un ipoglicemico Mc Menu squassato, slabbrato, consunto. Ripensando, chissà, ai tableaux-piéges di Daniel Spoerri. Ma in fondo, i suoi, sono tutti “quadri-trappola”. E i miti, logo o non logo, qualche volta finiscono in pattumiera.

Torna alla pagina di Andrea Francolino